di Ermanno Bencivenga, in dialogo con Edoardo De Benedictis.
In questi libri Ermanno Bencivenga denuncia la nostra condizione di colonia culturale, nella quale, tra la deferenza rivolta a presunte straniere autorità e il patetico tentativo di scimmiottarle, non siamo più in grado di capire e apprezzare la magnifica tradizione italiana. Presto però abbandona le proteste e si rivolge a quel caratteristico, ammirevole modo di pensare, che intreccia logica e immaginazione, filosofia e letteratura: alle ardite, azzeccate metafore di Dante, al coraggio intellettuale e morale di Machiavelli, agli eroici furori di Bruno, alla vena narrativa e dialogica di Galileo. A quel “bello stile” in cui i grandi del nostro passato hanno condotto il gioco mentale, l’operazione ludica e destabilizzante della filosofia. L'autore è convinto che la cifra distintiva della grande tradizione filosofica italiana sia quella d’un pensiero che si sostanzia attraverso lo stile, onde non a caso i suoi protagonisti sono spesso di classificazione incerta tra filosofia e letteratura, o anche arte. In questa sua seconda scorribanda nel territorio della tradizione scava nei codici di Leonardo, nelle prediche di Savonarola, nelle storie di Guicciardini, nel celebre pamphlet di Beccaria come nelle sue migliaia di atti di governo, nel tormentato rapporto di Manzoni con il suo romanzo e le sue tragedie, nello spirito in azione di Gentile, nello storicismo assoluto di Gramsci, nel barocchismo di Gadda, nel mondo incerto e probabilista di de Finetti, nelle testimonianze di Primo Levi. Attento in ogni caso a ogni riga dei loro scritti, per diventare, nelle sue parole, «un ventriloquo per la loro voce, un rabdomante per le loro sorgenti nascoste, uno sciamano per il loro spirito».