di Gadi Luzzatto Voghera in dialogo con Alberto Figliolia
Ci sono libri che non chiedono di essere “letti”, ma accolti. All’ombra del Caregon di Dio* appartiene a questa categoria rara: non impone un ritmo, non reclama interpretazioni immediate, non pretende di essere collocato. Si lascia seguire, come un sentiero invernale che esiste perché qualcuno lo percorre con attenzione, passo dopo passo.
Questo libro è un atto di generosità, perché concede al lettore l’accesso a una zona intima, in cui il camminare nella neve, l’osservare le tracce degli animali, l’ascoltare il silenzio della montagna diventano strumenti di conoscenza di sé. L’abbandono dello sci si rivela una scelta simbolica potente: rinunciare alla velocità, alla prestazione, al gesto tecnico, per recuperare la lentezza, la fatica buona del procedere. Camminare come forma di pensiero.
La montagna, in queste pagine, non è mai uno sfondo decorativo, è una presenza. I passaggi in cui l’autore si sofferma sui dettagli minimi – una traccia nella neve, un suono lontano, un’ombra che cambia con la luce – sono quelli che più restano, perché non cercano di dire “qualcosa”, ma permettono che qualcosa accada. È lì che il libro diventa, per chi legge, una vera e propria lettura dell’anima: non perché sveli verità, ma perché apre spazi.
Anche la copertina partecipa di questo gesto di apertura. Sapere che il disegno è di Joseph, il figlio dell’autore, cambia lo sguardo: non è un semplice apparato grafico, ma un ulteriore livello di racconto. La linea grafica è sobria, delicata, quasi un appunto preso a mano durante una sosta nel paesaggio. La montagna non è spettacolarizzata né ridotta a simbolo: il tratto accarezza le forme e gli spazi, come la scrittura accarezza i pensieri e i silenzi del lettore. La copertina diventa così ponte tra generazioni, rafforzando il senso di continuità presente nel testo.
In questo senso, il libro è da leggersi come un dialogo silenzioso tra generazioni: a questa trama generazionale appartiene anche Amos Luzzatto, padre di Gadi, presenza che attraversa il libro in filigrana e che proprio nel rapporto con la montagna trova una delle sue espressioni più profonde: la montagna vissuta, insegnata, condivisa. Il libro si chiude con un ricordo di Amos legato agli ultimi anni della sua vita, segnati dalla malattia. È Amos che parla di Dio, che idealmente protesta con Dio che ha «deciso di separare il giorno dalla notte» durante la creazione. È in questi frammenti che riaffiora il ricordo commosso: Amos libero e liberato, proiettato in un Tempo che, come in tutti i tratti della sua vita, continua a riempirsi di speranza per un futuro migliore.
Il titolo, All’ombra del Caregon di Dio, rinvia certo a un luogo concreto, riconoscibile, ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. L’ombra di cui si parla non è soltanto quella proiettata da una montagna imponente (il monte Pelmo): è anche l’ombra buona sotto cui ci si può riparare, quella in cui sostare senza essere abbagliati, quella che permette di guardare senza possedere. “All’ombra” diventa così una postura esistenziale: stare accanto, non sopra; ascoltare, non dominare; accettare che ci siano grandezze che non vanno conquistate, ma rispettate.
E allora la domanda non è più soltanto che cosa racconti questo libro, ma a che cosa serva, oggi, un libro così. A che cosa può servire mentre la montagna viene preparata a diventare scenario, infrastruttura, prestazione; mentre si parla di Olimpiadi imminenti, di velocità, di record, di consumo dello spazio e del tempo. All’ombra del Caregon di Dio serve a restituire alla montagna la sua dimensione etica prima ancora che estetica, a ricordare che esiste un modo di starci che non passa dall’impresa né dall’appropriazione, ma dalla relazione. In questo senso dialoga, in filigrana, con una tradizione alta e sobria – viene in mente il Levi che amava la montagna, che nei suoi scritti fa della contemplazione e del limite un insegnamento per l’umano – e con quegli autori che hanno saputo fare della montagna non un mito, ma una scuola di limite, di responsabilità.
E in quell’ombra che ci supera, si impara a camminare accanto al mondo con amore silenzioso, lasciando che resti dentro di noi, come neve che scricchiola sotto i piedi e respiro che accompagna ogni futuro incontro con la vita.
Recensione di Deborah D'Auria
Gadi Luzzatto Voghera è nato a Venezia nel 1963. È direttore della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC) a Milano. Autore di numerosi volumi e saggi di ricerca storica, è alla sua prima esperienza di scrittura creativa.
Alberto Figliolia. Giornalista pubblicista. Ha collaborato con quotidiani nazionali, riviste specializzate, periodici locali, in cartaceo od online, emittenti radio, fra cui Il Giorno, Avvenire, La Stampa, Tuttosport, Superbasket, Radio 24, tellusfolio, liberolibro, occupandosi di cronaca, arte, libri, teatro, cinema, sport, cultura.